Stefano Eugenio Bona

Nell’equivoco di una nascita si sostanzia un nome, eppur principio di determinazione fattiva, pulviscolo in combustione dal 12 luglio 1979.

Dal fiume di composta e perenne risoluzione, un secondo parto cartaceo dopo la raccolta Peregrinazioni (Le Mani, 2013), nell’eco dell’unica immersione possibile: terrestrità del Laetus in praesens. Circospezione nella danza che lancia lo scritto come traccia per duplice evoluzione: fissare la parola nella vita o la vita nella parola.

Un contorno d’anni e armi, uno sfondo nebuloso l’esistenza. Terso il proposito d’un ritorno nel (mentre) d’una torta anabasi. Scampoli, frazioni, illusioni, risoluzioni su carta seguono patti interni e leggi inflessibili da destinarsi a militia inesauribile. Le oasi presenti nel testo rilasciano quiete e ozio, richiamano molte febbri, rossori al cospetto dell’Occhio.

Il suo sito è www.stefanobona.it.

Carmi Ricorsivi (LietoColle, 2015)

  Per prefare Carmi Ricorsivi occorre ritirarsi in ascolto e silenzio per un po’, ovvero tornare a nutrirsi di immagini nude e possenti ed essenziali, ma alla stregua della visione di un teatro d’ombre, che un mago cinese, possibilmente Tao, abbia allestito, pur illuminato, lo schermo del teatro, da una debole luce postmoderna che vi entri con la solita ossessione panottica dotata d’ogni scandaglio tecnologico, senza riuscire a vedere bene.

Un teatro d’ombre dove non si siede il giudizio, ma un volto stuporoso, come quello di Nudols, nel magnifico finale di quel capolavoro proustiano che è ‘C’era una volta in America’ di Leone.

Ché Carmi Ricorsivi è piccolo poema sulla non visibilità. Ma sulla non visibilità delle cose immani, e pur silenti. Ché Carmi Ricorsivi è opera nella quale si entra, ma non si esce facilmente, perché occorre essere addestrati alla non consueta pratica di un rimeditare, purché esso non sia psichico, egoico, ecolalico.

Ché è opera di rara finitudine antimoderna e quindi furtiva, quanto una faina che sbecchi i limiti di una rete dove le galline democratiche sono tenute al riparo d’ogni pericolo.

Ma anche perché è opera sapienziale, forse fin troppo (quando il troppo citato diventa quasi rebus), e perché c’è in Bona l’arroganza di un gesto liminale e pertanto pericoloso, oltraggioso, non pago del visibile e deciso al lancio di dadi d’azzardo oltre la soglia della decenza semantica.

Stefano Bona è infatti, infine, arcaicizzante (certo lessicograficamente, ma certo anche per temi e riferimenti), nostalgico irreparabilmente, devoto ad una conoscenza che nessun semiologo con la testa ficcata nelle logiche dell’epistemologia o nessun filosofo della modernità che riposi sulla storia delle idee (come se ci fosse una storia delle idee!) potrebbero riconoscere.

Sfugge ad ogni lettura, anche fosse pressoché critica; intendo condotta con un criterio di giudizio. Perché sono l’autore e la sua mitopoiesi che sfuggono all’incasellamento storico letterario, e direi storico e giudiziario di tipo letterario, per quel che hanno di sottilmente stereofonico di fondo, per un rimasuglio del suono, direi, per una non percepibile passione per l’invisibile, di contro alla magniloquenza visibile, e a volte smaccatamente teatrale e massimale, come anche all’elogio di Stati spirituali e sommatamente ‘misterici’.

È così tanto poco nella tradizione della lingua italiana, Bona, che si è costretti a dirlo oriundo.

Goethe, Hoderlin, Plotino, Eraclito, Evola e pochi altri (ma buoni) sono i maestri o gli antefatti di Carmi Ricorsivi. Di questa piccola opera preziosa, che già nel titolo tenta un ‘Opus’ grave e ambizioso, se i ‘Carmi’ sono massima forma liturgica della classe sacerdotale latina.

E poi: le saghe nordiche, le intuizioni superomiche, il desiderio di una ri-evoluzione (che sta per ‘Restaurazione’; ma non intesa nel senso strettamente politico), il desiderio di paganità (diciamolo francamente; purché si intenda come fatto reale e vissuto, senza intenti degenerati e superstiziosi) sono cose che pertengono all’opera.

A questa opera che pure è un’opera di viaggio e di poesia; e che pertanto sarà letta come un’opera di viaggio e di poesia con ciò che ne consegue: comprensione almeno del fatto funzionale del poemetto stesso: è un’opera di viaggio, allora di movimento, allora di ricerca.

Ma nessuno se ne accontenti.

Pound diceva che il poeta doveva tentare il massimo, l’Epos.

Ed infatti per alcuni versi questo lavoro è epico. Nella resistenza a tutto ciò che è preliminarmente una raccolta di poesia, per esempio. Nella dismisura della materia trattata: poiché non si tratta che di Stato e Ontologia e non d’altro, seppure queste due condizioni massimali e quasi inaccettabili sono date con un dosaggio ‘discreto’, direi quasi contrabbandate attraverso le maschere della storia.

Passando ad altra latitudine di senso ricordo quell’estremo romanzo che è ‘Le maschere dell’eroe’ di De Prada. Ma a volerci veder chiaro, date come scontate le differenze di genere e di orientamento spirituale degli autori, non siamo lontanissimi da un’analogia. In entrambi i casi, è, infatti, la Storia (scusate la maiuscola) ad essere interrogata e forse inquisita; è anche ciò che sta dietro le quinte della storia, dietro le quinte del teatro d’ombre, ad essere intercettato: maschere e automatismi che solo la grandissima prosa o una poesia pervasiva e audace possono stanare.

Quindi è di metastoria e metapolitica, qui, che si tratta. Di una ricerca, che è forse tra le più proprie (nel senso di un istinto che non si elude) ad ogni poeta che si dica tale, che si tratta.

Della verità, si tratta, ma in senso heideggeriano, e non nel senso di un vicino di casa troppo curioso che vuole la verità su ciò che può essere avvenuto durante la giornata.

Carmi Ricorsivi è la copia anastatica quindi ridotta, quindi precipitata, di un’epifania: ciò che non può essere raccontato; il contrario di ogni cronaca.

Bona è pertanto o illuso o eroico.

Tentare questa strada nella sedazione di un genere (intendo: farla passare per orecchie intendenti, come se fosse invece un sonnifero preliminare di una notte insonne), fosse anche quello prestigioso della poesia è davvero azzardo sul e del limite.

Bona lo fa, con quell’ingenuità di chi è puro nel cuore: cosa che riesce ai bambini o ai mistici, o ai sapienti: ‘io che fui famoso nei granai’, recita un verso di Thomas, il divino, che eluse la maturità con alcol e si rifugiò nell’infanzia mai oltrepassata del ‘Colle delle felci’.

[Dalla prefazione di Michelangelo Zizzi]

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