Con questo titolo e apposita sezione che a breve apriremo intendiamo dare uno spazio di evidenza critica all’opera dei migliori poeti che, partecipando alle nostre iniziative, ci inviano i loro testi

Fabio strinati o della poesia metafisica

Ci giunge corposa produzione di Fabio Strinati e trattasi di una raccolta di stampo religioso o meglio teofanico e di ultima produzione in attesa di stampa.

Attraversare l’opera del poeta non è agevole perché sembrano poche le linee genealogiche a cui essa è ascrivibile. Certamente ci si trova in impatto d’atmosfera con autore anomalo, ambizioso, potente, ma talvolta caotico o con perdita d’epicentro.

Eppure la prima impressione è buona o più che buona. Perché il tessuto metaforico ricchissimo e pregevole immette organicità alla produzione che, invece, a primissimo acchito, sembra disorganica ed entropica. Ed invece ci si accorge (cosa assai rara) che tutto si ricompone in una Gestalt coesa.

In Strinati c’è certamente un’antropologia teofanica, assieme a burlesque e tragicità. Ma forse nella nostra epoca di declino questo è il maggior destino: conoscere la leggerezza d’ogni azione artistica, ma pure ed assieme cooperare verso una forma d’Opera.

Feci orti e giardini di botanica,

perché finché accresca,

ed accumuli,

la vita è un infingardo soffio,

sotterra scendiamo

 

La definizione di poetica centra il destino: di perdita e resistenza; ma cosa c’è di meglio di una consapevolezza epica? Dico ora: nei declini di ogni Grandezza?

Per ognuna delle sue poesie, infatti, si incontra un’ipermetafora produttiva sia a livello dei semi macrotestuali che di quelli microtestuali o sintagmatici (come direbbe Rifatterre). Si incontra un’indefinitezza meravigliata o un canto del fanciullo innamorato:

La notte è larga e in lontananza,

come schiuma, lievita il ricordo di animali cinguettanti;

siamo anime, e non luci fiammeggianti:

siamo in marcia come pioggia sull’asfalto,

come neve d’agosto,

svaniamo già dall’alto.

 

Poi c’è una tragicità che viene dall’erranza; decentramento e ossessione del contatto più che della centralità; curiosità più che magnetismo relazionale; forse anche data per eccesso di risentimento, di provvigione randagia sulle lacunose non percezioni degli altri:

Il povero è odiato dall’ignominia della carie,

ma sarà beato,

e nel favo di quel mansueto miele

impingua e nunzia,

chi non si placherà di sete,

l’abominazione.

E poi coesiste in tutto ciò la non arrogante richiesta di una felicitazione che, pur partendo da consapevolezza, intuito o sapienza, richiede un intervento altro: Signore perché sei soave,/cercherò nel piatto d’algebra, l’equità nella porzione.

Insomma, ci troviamo davanti alla poesia potente che si arresta sull’interrogazione (quasi mai data per emissione sintagmatica, ma persistente, seppur assente) e che agisce per voluttà quasi francescana o miliziana rispetto all’oggetto desiderato. Se non è francescana è sufi, se non è sufi è del mondo ortodosso o del monte Athos: cercare la via iconica per la Bellezza: questo è l’imperativo.

Imperativo in fieri perché in Strinati c’è una necessità meta-antropica di senso che si situi sì sul divino, ma un divino sempre ritornante a meraviglia. C’è necessità di temi forti ed urgenti, per quanto il metaforico, talvolta eccedente, non ridefinisca l’oggetto della ricerca.

C’è certamente difficoltà da parte del critico di riconoscere genealogie certe e induzioni letterarie per troppa spartizione della materia; e tuttavia c’è possibilità di ascrizione a certa poesia metafisica o orfica (direi, anche involontariamente, Comi, Onofri, un certo primevo Giuseppe Conte, e poi in ambito religioso, ma problematico, Rebora e per lontanissime tracce Betocchi) e a Thomas, e a linee di teofania visionaria (i temi affrontati da Blake a volte risuonano; ma forse risuona, involontariamente anche l’immenso Emilio Villa).

Ma, e ciò mi pare più importante, Strinati assomiglia a se stesso: è originale e potente, ma peccato per alcune ingenuità.

Perché si notano anche esagerazione entropica e conseguente non inanellamento dei significanti che fanno perdere motivazione agli attanti del tessuto poetico, il quale tuttavia si tiene grazie alla raffinatezza linguistica e all’ordito, certamente talentuoso ed originale.

Su questo punto rimarcherei: abbondanti sono le condizioni culte di un operare tra cose sacre e cose declinate: citazioni bibliche, lemmi rari ed ardui come sicomoro, issopo, lino, etc (riferentesi a tradizione sacerdotale), riferimenti storico geografici (Campostela, Amiens; che rimandano a tradizioni iconiche architettonico-simboliche) ed infine una sorta di sapienza indotta, ma anche aprioristica, non senza leggerezza e non senza profondità problematica che rinforzano l’opera.

Cosa manca allora per la Grandezza definitiva? Forse lo abbiamo detto all’inizio: una maggiore crudeltà (si legga tecnicamente: il chirurgo, il macellaio e l’esegeta sono crudeli) nel chiudere gli spazi alla evanescenza dell’immagine, che corrisponde ad un maggiore nitore di definizione della forma; una maggiore ambizione nel voler stare al centro dell’azione poetica italiana.

E mi spiego meglio; perché in Strinati c’è consapevolezza del proprio valore e motore affinché esso risulti, ma c’è anche, a volte, dilettantismo in alcune poesie dalla chiusa consolatoria o facile; ed infine la capacità di stare nello spazio che compete (ed è un gran spazio), che è quello di una poesia, infine, antimoderna, sacrale, congrua ed efficiente che restituisce nuova linfa alla medesima (poesia nazionale o internazionale che sia) in virtù di una lateralizzazione panoramica dello sguardo.

Ora lo sguardo che non è il volto si inserisce in quella che possiamo dire una meccanica o una geometria della luce.

Guardare significa stare in una Forma-Stato della luce, abbreviare ogni dialettica concettuale e ritornare all’Idea (che vuol dire vedere una cosa pura; ovvero non essere contaminati da tutto l’inquinamento d’un mondo che tenta l’appropriarsi prometeico di una cosa che non ha).

Strinati ha questa indole selvatica e tradizionale e si compia l’Opera.

Michelangelo Zizzi