C’è un luogo dell’anima ove la poesia evade dalla prigione delle parole per appropriarsi di una dimensione orfica e senza tempo. Universale e identitaria insieme. Dove esso si trovi lo spiegò Carmelo Bene indicando le pietre A Sud del Sud dei Santi (LietoColle, pp.481, euro 25), non casuale titolo del corposo volume, curato da Michelangelo Zizzi e presentato a Polignano (Bari), in occasione del fortunato Festival “Il Libro Possibile”, che raccoglie cento anni di produzione poetica pugliese.

Un testo, “immaginato rallentando”, che vede sfilare, suddivisi per aree subregionali, gli autori del Salento, dell’Arco Ionico, della Capitanata e della Terra di Bari. Si alternano così, verso dopo verso, le suggestioni di Vittorio Bodini e Claudia Ruggeri, Antonio Verri e Vittorino Curci, Girolamo Comi e Michele Pierri. Sono questi solo alcuni dei tanti autori richiamati, maggiori o minori, obliati dalla storia o travisati dalla critica, ma tutti gemme preziose di un unico tesoro sommerso, sepolto dall’incuria di chi dovrebbe custodirne la bellezza.

D’altronde, come chiarisce Zizzi in premessa, questa è poesia che non dialoga, non informa, non dice niente a nessuno, almeno nel senso della comunicazione orizzontale, ma si qualifica, in virtù della sua propria natura, come serrato monologo interiore. Al pari dell’amore, della morte e del rapporto col sacro. E proprio in questo suo richiamarsi continuamente al mito, agli archetipi tradizionali che ribaltano l’idea posticcia di una terra vacanziera e mercantile, la scorribanda “metacritica” e non ideologica del saggio diviene un manifesto contro la civiltà senz’anima della materia, della fretta e delle macchine. “Il moderno – scrive Zizzi – è un luogo senza lentezza, senza meraviglia e senza silenzio. Anche per questo la poesia è inevitabilmente antimoderna. Rallentare significa ritornare; significa ritrovare, riconoscere. C’è una anamnesi, una lunga anamnesi alla base di ogni profondità poetica”.

Il viaggio, a questo punto, si snoda lungo l’immaginaria Linea Borbonica individuata da Flavio Santi, un corso d’acqua irrorato da molti affluenti: la mai risolta questione meridionale, l’omogeneità linguistica, la particolare condizione geofisica e, non ultimo, il mitos, “ciò che resta della leggenda” in una terra, puntellata da dolmen e menhir, che vide il proprio suolo calpestato da Pitagora, Archita e Virgilio. Non un arcaico vento di nostalgia, si badi, ma una reminiscenza platonica, un richiamo pulsante a ciò che eravamo e, da qualche parte, siamo ancora. Nonostante tutto.