Poesia per il Padre

 

Quando s’incagliò il treno di sud-est

nel letame

tu del sud

all’insegna di bar intermittente

sapesti che la vita allotria invecchia

come nella resistenza di fanghiglia

una chiglia d’antiquario

mentre tu la trama disfatta ricuci

e non da sarto di contrada

perché davvero possiedi congruo filame di carne

nella tessitura d’occhio di rosone d’iride

di donna che ami

mentre i rami i rami

nella palude la fossa stigia

sbruga

e il Novecento tutto

sfiaccola sulle candele scivolanti

verso il buio democratico e vano

per questo risali la china la corrente

e di te l’origine trova

l’ascendente delle tue nascite celesti

e stai nel vestito pure cucito

alla domenica mattina

il suolo strusciando con cuoio di suole

su stradoni di paese.

 

Così io del grave inno d’imperio cartesiano

delle metropoli canto la fine

perché della lima che il cuore corrode

fui supremo fabbro

e un’urgente ferita slaccio.

 

Ama pertanto nella vita che bruciacchia

e alla resistenza di ristoppia di campi andati

resta

nel magistero di occulta fiamma che ti arde

come il mistero di essere venuto fuori

al mondo in vagito in sala d’ostetricia

alla luce cimmeria d’ogni nascita

in grido cesario

e sfiacca della monotona allegria

ogni inutile scusa

ma riposa in cuore

ma torna alla cura della rosa

che spinge cinabrina risalita di petali

torna risalendo nel vincolo di sangue di un paese antico

il vicolo

e ricuci pure il tempo perfetto del ’39

e se pure fosse un tugurio il mondo

un incrocio mercatale

alla fine della fiera

anche accendi ogni tanto la sigaretta al crocicchio

o alla contrada

al bar dirotto dove vecchi a biliardo stanno

sfiaccando le buche

o con le scope in mano restano

sbalorditi dei punti

ricordando la neve del ’56.

 

Insomma ritorna in alcove sempiterne

che il fulvo pelo

d’amante di volpe adorna

e svia la via imperfetta

e della palude il brago stura

e all’angolo ben vestito di sola carne resta

e alla sera ferina resta

come creatura mortale

resisti sul Novecento tutto

e soffia ora sulle candele sfiaccolanti

perché smodelli la cera

in formula vana

non vera

e torna pertanto all’angolo

all’albore

all’evento

alla stanza di giochi

e la corrente risali destrorso

sversa della sinistra riva ogni opificio

e rimani come l’esule non allagato

scorna sul duro cozzo della morte

che a questa latitudine è una bara

riuscita nel pomeriggio

col lucore di tintinnanti campane

e come Giuliano fece ritirati

in rara via.

 

Ora ritira ogni dado

mentre la questione meridionale naviga

per icone futili fino al mare del caso

e ricompare nella pigna lasciata

nell’atrio dei basiliani presso al cortile molti anni fa

con mio padre che disse riprendila

la riprendo padre

nell’orto inconcluso che naviga per rotte di monaci benedettini

dove siedo

all’allotria vita lasciando gli episodi di cose morte.

Qui per ventura devono ancora passare garibaldini

e giubbe rosse ben bardate

e forse non passeranno

e io riposo per troppo amore

nel letto d’aghi di pino

al caldo governo di sole d’aprile

e chiedo che la resistenza che arranca

sia più lieve della carezza di nonna

tornata a casa dopo le compere

e stanca

più grave dello sguardo di nonno maestro nel ’50

in contrada di rossa mora.

 

Per questo sto nel retro del retrò

nel bistrò

dove fiaccheggio sfiascando vino

e saccheggio parole inutili e vane

del radical chic

e vi vedo che passa

il fantasma del moderno

ma con un cartografia immateriale

utopia di città silenziose

e vi vedo la mappatura della terra incognita

del giornale che uscirà domani

e che ha il confine delle ferraglie al silicio

e un bituminoso ottimismo

di cose socratiche e ridette.

 

Per il resto rimango nella resistenza dell’Impero

nella desinenza

nella risulta

come fosse un cesto senza fasto

o cado nella paglia fratta d’alcova

fino ai baci che le giovani attrici dei boschi

mi davano nel pelo non lavato

 

Fino a te padre

quando la questione meridionale è lo squalo

che con trafile d’uguale dentiera azzanna

per bere invece le risulte d’olio

consunto della storia.

Ma tu padre il fato azzardasti come Cesare

nel dado ben tratto e gettato all’azzardo

di verde panno di tavolo

ed io che nella pozzanghera condominiale sosto

che insomma sto nel trionfo

medicale della teoria della salvezza

dell’evoluzione occidentale

nella retta cartesiana

io lo raccolgo e lo cifro col mio sangue

ben lavato e marchiato

nel fato dell’essere nato

e per quanto l’Impero stia sfatto

quanto la talpa che in terriccio rincula

in franata tana

oh padre io per l’amore di Plato

tutto a te consacro

e nel tempo delle cose che se ne vanno

nel rosone rivedo come in iride

il colore che in infanzia mi davi:

la giulia azzurra nei campi verdi

la nera 1750

truccata quanto alla sera la puttana

nei tratturi di murgia affranta.