Ti guardo come attraverso una pioggia, 

una tempesta, un sole a picco 

che ti disgrega in macchie di colore 

(la mia furia è l’elemento denso 

dentro cui passa, rifratto, il tuo volto 

e l’assillo del tatto 

non mi calma quando ti tocco). 

 

T’imprimi a cascata in un arazzo 

di milioni di nervi, 

e la tua luce brucia la pellicola, 

attacca come un acido i circuiti. 

Lo sapranno dopo, chini 

su un’aiuola della mia corteccia cerebrale 

registrando l’attività elettrica 

della retina, l’arco riflesso, 

la breccia neuronale.